Un’evoluzione un po’ meno “maschile”

cromosomi

I  cromosomi Y, di origine paterna, hanno un tasso di mutazione più elevato degli X, e sono quindi maggiormente responsabili dell’evoluzione delle specie. Una nuova valutazione della frequenza e della distribuzione di queste mutazioni indica però che la differenza fra i due sessi potrebbe essere molto inferiore a quanto finora stimato.

L’evoluzione è un po’ meno “maschile” di come si pensava. Anche se il cromosoma Y (considerato rappresentativo dei cromosomi di origine paterna) è interessato da un numero di mutazioni più elevato del cromosoma X,

questa differenza – e quindi il contributo che porta all’evoluzione – è meno significativa del previsto. E’ questa la conclusione a cui sono giunte Pooja Narang e Melissa A. Wilson Sayres, ricercatrici all’Arizona State University, che firmano un articolo pubblicato su “Genome Biology and Evolution”.

Spesso si associano le mutazioni genetiche all’idea di anomalie e malattie congenite, ma in realtà sono anche il motore del cambiamento nelle specie: nel corso del tempo la selezione naturale favorisce la diffusione delle mutazioni che permettono un migliore adattamento dell’organismo al suo ambiente, e tende a eliminare quelle negative.

E’ noto da tempo che i tassi di mutazione nei cromosomi sessuali sono molto più elevati nell’Y.  Una parte di questo eccesso di mutazioni è legato al fatto che molte mutazioni sono dovute a casuali errori di copiatura del DNA nel momento in cui la cellula si duplica.

Il numero di divisioni a cui vanno incontro le cellule germinali progenitrici di spermatozoi e cellule uovo è però differente. Per le cellule uovo, il numero è fisso e stabile nel corso della vita, mentre le cellule progenitrici degli spermatozoi di un uomo di 20 anni sono il prodotto di 160 duplicazioni del corredo cromosomico, e quelle di un uomo di 40 anni ne hanno subite 610 circa.

Questo meccanismo – che è stato studiato più in dettaglio per i cromosomi X e Y, ma che interessa tutti i cromosomi – implica che vi sia una netta differenza nel contributo alle mutazioni evolutive da parte dei maschi e delle femmine.

Le valutazioni statistiche su cui finora ci si è basati per quantificare questa differenza partivano però dal presupposto che in tutti i cromosomi la distribuzione delle mutazioni lungo il DNA fosse sostanzialmente uniforme in tutte le regioni non codificanti del genoma (i geni sono più resistenti all’insorgenza e alla conservazione delle mutazioni).

Narang e Wilson hanno ora scoperto che non è così. La frequenza delle mutazioni non è affatto uniforme: le mutazioni sono scarse nelle posizioni immediatamente vicine a quella di un gene, e aumentano via via che ci si allontana da esso.

Non solo: nel  cromosoma X la velocità con cui le mutazioni aumentano in funzione della distanza dai geni è maggiore di quella di tutti gli altri cromosomi. Ciò significa che la differenza fra mutazioni evolutive “maschili” e “femminili” deve essere inferiore a quanto stimato. Di quanto inferiore, andrà stabilito con ulteriori ricerche.

Fonte: Le Scienze.it

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