L’inquinamento ambientale può condizionare la fertilità?

alimentazione e fertilità

A questo punta a rispondere «Ecofoodfertility», un progetto di ricerca internazionale che indaga sugli effetti dell’inquinamento sulla capacità riproduttiva: dopo la Terra dei Fuochi arriva a Taranto.

In che maniera l’inquinamento ambientale da policlorobifenili (Pcb) e metalli pesanti può condizionare la fertilità degli uomini e delle donne? È a questa domanda che punta a rispondere «Ecofoodfertility», un progetto di ricerca internazionale che vuole indagare gli effetti dell’inquinamento e dell’alimentazione sulla capacità riproduttiva. Avviato già da due anni nell’area della Terra dei Fuochi, «Ecofoodfertility» è prossimo a partire anche a Gela, Piombino, Monselice, Brescia e Taranto.

Il coordinatore Luigi Montano, responsabile dell’ambulatorio di andrologia dell’ospedale di Oliveto Citra (Salerno), vuole estenderlo a tutte le aree a rischio sanitario e ambientale del Paese. «Vogliamo confrontare lo sperma di chi abita in zone molto inquinate con quello di soggetti che vivono in aree più salubri», ha dichiarato lo specialista a margine della presentazione dei primi risultati al convegno della Società Italiana di Andrologia, appena conclusosi a Stresa (Varese).
FERTILITÀ A RISCHIO? – Montano, nativo di Acerra, ha deciso di rendere lo studio multicentrico dopo aver raccolto ed elaborato i dati relativi alla Terra dei Fuochi. Le evidenze preliminari di «Ecofoodfertility» – che gode del sostegno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dell’Istituto Superiore di Sanità e di diversi atenei italiani e stranieri – sono piuttosto chiare. Nelle persone esposte a sostanze di sintesi chimica (Pcb, metalli pesanti, pesticidi insetticidi e bisfenolo A) è stato osservato un calo nella mobilità degli spermatozoi e un danno al loro Dna. Condizioni che, secondo lo specialista, sarebbero in grado di limitare la fertilità degli uomini che vivono in queste aree del Paese. Per sapere se lo scenario appartenga anche alle altre aree del Paese, sarà però necessario attendere un paio d’anni. Ma il sospetto, senza voler fare allarmismi, è fondato. «Elevate concentrazioni di diossina possono in effetti ridurre la fertilità», affermava già qualche anno fa Luigi Chiappetta, direttore sanitario del centro di procreazione medicalmente assistita Crea di Taranto. «Il nesso causale diretto, su scala locale, non è stato dimostrato. Ma uno studio da noi condotto nel 2011 sul liquido seminale di 316 persone evidenziò un aumento di stress ossidativo e frammentazione del Dna nei campioni prelevati da uomini residenti in città. Un riscontro che non fu invece osservato nelle stesse proporzioni in chi viveva in provincia o fuori dai confini di Taranto».

A TARANTO IL VIA ENTRO L’AUTUNNO – «Ecofoodfertility» vuole andare a fondo sul tema della salute riproduttiva. Inizialmente saranno coinvolti cento giovani adulti, di età compresa tra 18 e 40 anni. Una parte di loro dovrà risiedere in una delle aree più esposte all’inquinamento: quasi certamente nel quartiere Tamburi. L’altra in una zona considerata a basso rischio, che Montano vuole individuare entro la fine di giugno con il supporto delle istituzioni locali. Si lavorerà sul sangue, ma sopratutto sul liquido seminale, ritenuto il fluido biologico ideale alla definizione di indici di rischio della salute affidabili e legati all’esposizione ambientale. I campioni saranno prelevati a più riprese: all’inizio dello studio e in almeno due fasi successive, per verificare le eventuali differenze che segnalerebbero un ruolo non trascurabile dell’inquinamento sulla fertilità. Oggi tre italiani su dieci non riescono ad avere figli dopo un anno di rapporti non protetti e nella metà di questi casi il problema riguarda l’uomo. Tra le cause, oltre ad alcune condizioni mediche (varicocele, criptorchidismo, alterazioni ormonali, infezioni genito-urinarie e trattamenti chemioterapici), c’è l’inquinamento ambientale.

Fonte: Fabio Di Todaro – Wisesociety.it

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