Eterologa, molte associazioni contro i paletti nelle linee guida e nelle scelte delle Regioni

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Riammessa dalla Consulta, la fecondazione con gameti di donatori divide le Regioni e apre una polemica sui limiti imposti sull’età delle donne riceventi e sui costi a carico delle coppie. Ecco quali sono i punti più contestati

di SARA FICOCELLI

ROMA – La fecondazione eterologa, o meglio la donazione di gameti, consiste nell’utilizzo di ovociti e/o spermatozoi esterni alla coppia per un ciclo di procreazione assistita. Si tratta quindi di inseminazione intrauterina con seme di donatore, oppure di fecondazione assistita con ovociti e/o seme ottenuto da donatori. “In Italia  –  spiega l’embriologa Laura Rienzi, presidente Sierr (Società italiana embriologia riproduzione e ricerca) – la legge che regolamenta la procreazione medicalmente assistita (PMA), la Legge 40/2004, e quindi anche la donazione di gameti, prevede che l’accesso alla tecnica sia limitato a coppie infertili in età potenzialmente fertile, maggiorenni e di sesso diverso. Non possono quindi accedere alla donazione donne single oppure coppie dello stesso sesso”.

I criteri di selezione dei donatori
La sentenza della Corte Costituzionale (162/2014) ha cancellato ora gli articoli della Legge 40 che vietavano l’utilizzo di gameti esterni alla coppia, reintroducendo in Italia questa possibilità. La differenza tra la tecnica omologa e quella eterologa è sostanzialmente legata alla presenza di un donatore: se da una parte non ci sono problemi tecnici e procedurali legati a tale approccio, sono invece necessarie linee guida per definire i criteri di selezione dei donatori e gli esami da effettuare per garantire la massima sicurezza per i riceventi e regolamentare il numero di bambini che possono nascere per ogni donatore (possibile solo con la costituzione di registri dei donatori). “In particolare – continua Rienzi – i donatori (siano essi di uova o di spermatozoi) devono essere selezionati e controllati sulla base dell’allegato III punto 3 della direttiva europea 17/2006/CE. In breve, la normativa richiede una precisa valutazione dell’idoneità del donatore, che comprende l’età, lo stato di salute e la storia clinica, lo screening completo delle malattie infettive e di specifiche mutazioni genetiche. Le Società scientifiche Italiane di ginecologia, embriologia e andrologia hanno stilato un documento condiviso per affrontare tutti questi aspetti”.

Il fattore età: una discriminazione?
“Il documento della Conferenza delle Regioni  – spiega invece Antonino Guglielmino, direttore del centro U.M.R. di Catania, che cura una delle coppie che ha presentato i ricorsi sulla fecondazione eterologa – stabilisce l’età dei donatori maschili compresa tra 18 e 40, l’età delle donatrici tra 20 e 35, e l’età massima per le riceventi che non superi i 50 anni. La possibilità di avere l’eterologa con la copertura del Sistema sanitario pubblico è prevista fino a 43 anni. Le cellule riproduttive di un medesimo donatore non potranno determinare più di dieci nascite. Tale limite può essere derogato esclusivamente nei casi in cui una coppia, che abbia già avuto un figlio tramite procreazione assistita di tipo eterologo, intenda sottoporsi nuovamente a tale pratica utilizzando le cellule riproduttive del medesimo donatore”.

Molte regioni fin dal 2004 hanno dunque emanato linee guida regionali sulla fecondazione assistita che prevedono a carico del servizio sanitario regionale le tecniche di Pma solo entro i 41 o 43 anni di età. Ma sia nelle linee guida nazionali sulla legge 40 che nella stessa legge non è previsto un limite di età. Questa tendenza è stata poi confermata anche per le linee guida sull’eterologa, prevedendo un limite massimo di 43 anni per la donna che accede alle tecniche. La motivazione addotta è che le risorse regionali sono scarse e bisogna garantire chi ha più chance.

“Ma di fatto  –  spiega l’avvocato Filomena Gallo, docente di Legislazione ed etica nelle biotecnologie in campo umano dell’università di Teramo – questo limite è incostituzionale perché discrimina in base alla gravità dello stato di infertilità e all’età, anche alla luce del fatto che la legge madre, tra i requisiti, prevede un’età potenzialmente fertile, non indicando quella definitiva, in considerazione del fatto che vi è differenza tra donna e donna. La discriminazione effettuata è insomma gravissima: proviamo a immaginare se trasferissimo questo limite e la relativa giustificazione alle altre patologie. Sarebbe come prevedere che un malato di cancro possa accedere alla chemio se ha meno di 50 anni altrimenti no, meglio risparmiare quei soldi pubblici. In materia di accesso alle cure, non possono essere utilizzati questi criteri giustificandoli con la mancanza di copertura economica, le cure devono essere accessibili a tutti”.

“Le linee guida comportano il grave e importante rischio di inserire solo apparentemente o parzialmente nei Lea la Pma eterologa  – spiega Giovanni La Sala, direttore di ostetricia e ginecologia dell’arcispedale S-Maria Nuova-IRCCS di Reggio Emilia, docente presso l’università di Modena e Reggio Emilia – poiché circa l’80-85% della domanda di eterologa è rappresentata da coppie che hanno bisogno di ovociti di donatrici e nelle quali le donne, in media tra i 42 e i 43 anni, hanno alle spalle diversi cicli di Pma omologa non andati a buon fine”.

Se tre cicli non bastano
Il limite dell’età, inoltre, non è l’unico paletto: “Il Ssn  – continua Sala – copre i costi delle tecniche di Pma eterologa solo per un massimo di 3 cicli. Non è specificato se il limite dei 3 cicli vada riferito soltanto alle tecniche di Pma di II livello (fecondazione in vitro degli ovociti) o comprenda anche quelle di I livello (inseminazione degli spermatozoi nell’utero), e inoltre tale limite è del tutto arbitrario dal punto vista clinico-scientifico in quanto è ormai dimostrato che l’efficacia delle tecniche di Pma si riduce drasticamente non dopo 3 cicli, ma dopo 6. In altri termini, il Ssn è universalistico per la prima metà dell’impiego delle tecniche di Pma e diventa privatistico per la seconda metà”.

La posizione delle associazioni
“Molte Regioni – spiega Federica Casadei, dell’associazione ‘Cerco un Bimbo’  – fin dal 2004 hanno emanato linee guida regionali sulla fecondazione assistita che prevedono a carico del servizio sanitario regionale le tecniche di Pma solo entro i 41 o 43 anni di età. Questa previsione entra in contrasto sia nelle linee guida nazionali sulla legge 40 che nella stessa legge, dove non è previsto un limite di età. La tendenza è stata poi confermata anche per le linee guida sull’eterologa di alcune Regioni, che prevedono il limite massimo di 43 anni per la donna che accede alle tecniche”.

Anche secondo Laura Pisano, dell’associazione ‘L’altra cicogna’, le cure devono essere accessibili a tutti: “I Lea, fermi al 2001, non includono sterilità e infertilità. Questo ritardo influenza anche le Regioni per le risorse disponibili, discriminando le coppie dove la donna ha più di 43 anni. In nessun Paese comunitario è previsto tale limite”.

La diagnosi preimpianto per le coppie infertili e sterili è prevista dalla legge 40 (art. 14, c 5 art 6 e art 13), ed è applicabile nelle strutture pubbliche e private che risultano autorizzate ad applicare tecniche di fecondazione in vitro (Livello II e III). In Italia però essa non viene eseguita nelle strutture pubbliche, determinando un danno alle coppie che, per evitare un aborto, se portatrici di patologie genetiche, sono costrette a rivolgersi a strutture private.

Nel 2012 l’associazione Luca Coscioni ha ottenuto che il Tribunale di Cagliari ordinasse al laboratorio di citogenetica dell’ospedale Microcitemico di Cagliari di eseguire l’indagine diagnostica preimpianto o di utilizzare strutture esterne a seguito della fecondazione in vitro della coppia infertile ricorrente. In Sardegna, quindi, le coppie possono effettuare diagnosi preimpianto, ma nelle altre Regioni spesso le strutture non sono predisposte per l’indagine. Un esempio per tutti la Lombardia: nonostante l’ospedale Mangiagalli sia pronto per partire con la tecnica, esso resta in attesa di una risposta dal ministero, come se ancora dovesse essere chiarita la liceità della tecnica.

La redazione di FIV Italia Blog ha tratto per voi da La Repubblica

 

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